«La Lega è un movimento riformatore. Nasce per cambiare questo
Stato. Non ci si può chiedere di essere qualcosa di diverso». E il
ministro Roberto Calderoli al trasferimento dei ministeri da Roma
ci crede con tutta l'anima: «È un tassello importante del nuovo
rapporto tra Stato e cittadini che noi vogliamo».
Ministro, però lei è il Semplificatore. Non crede che
questa vicenda tutto abbia fatto tranne che semplificare i rapporti
con gli alleati? Era indispensabile lanciare il trasferimento in
campagna elettorale?
«Per chi non vuole i cambiamenti, non è mai il momento giusto. E
poi, in questo caso, sono stati i giornali e le televisioni: noi ne
parliamo dall'estate scorsa. Sono i poteri morti che decidono
quando è il momento di valorizzare una notizia».
Suvvia, Calderoli. Una bella spintarella l'avete data
anche voi nel «valorizzare» la notizia proprio ora. O
no?
«I tempi sono importanti, una questione lanciata nel momento
sbagliato si arena. La Lega ha sempre fatto così: per le sue
battaglie ha sempre scelto i momenti in cui era più difficile che
si potessero lasciar cadere. Poi, abbiamo anche avuto la fortuna di
avere gli Alemanno e le Polverini che hanno molto contribuito al
successo mediatico... Ma se qualcuno pensa che noi lasceremo
cadere, sbaglia di grosso: aggiungo che il trasferimento sarà uno
dei punti qualificanti del programma su cui stringeremo le nostre
prossime alleanze».
C'è chi dice che sia un tema che non sposta un voto.
Perché per voi è tanto importante?
«Perché non è, come ha detto qualcuno, uno spostare le bandierine.
È cambiare tutto. Primo, noi siamo convinti che un ministero debba
essere alimentato dalle vocazioni territoriali. Poi, ci sono gli
aspetti concreti: il lavoro, l'indotto, la movimentazione
dell'economia. Io capisco l'arrabbiatura di Alemanno e Polverini:
loro sanno bene quali sono i vantaggi che vengono da un ministero,
a differenza di Formigoni. Ma non c'è solo la bistecca, il
vantaggio immediato. La cosa più importante è che i ministeri
cambierebbero modo di lavorare».
Basta cambiare città?
«Certo. In un ministero, il ministro conta solo per i primi due
mesi. Perché gli danno il contentino, fanno i collaborativi...
Dopo, il ministro scompare e il ministero diventa tutto. Lei pensi
che io sto chiudendo il mio...».
Ma che dice? Chiude il ministero alla
Semplificazione?
«Eccome. Tecnicamente, non è un ministero. Si chiama unità di
missione e ha sede in San Lorenzo in Lucina. Ma, appunto, per non
subire condizionamenti, lo sto chiudendo. Il fatto che i ministeri
siano sempre nello stesso posto fa sì che i grandi burocrati siano
sempre gli stessi: un anno in un ministero, un anno nell'altro...
la maggiore resistenza ad ogni cambiamento viene da lì. Impedisce
l'accesso ad energie fresche e si limita ad autoperpetuarsi».
E dunque, la battaglia per i ministeri come
procederà?
«Abbiamo deciso con il presidente del Consiglio di partire con lo
spostamento di alcuni dipartimenti. Quelli senza portafoglio, dato
che non hanno bisogno di una legge. Noi avevamo chiesto Riforme e
Semplificazione, e Berlusconi correttamente ci ha chiesto di
aggiungerne anche uno al Sud. Si pensa alle Pari opportunità della
Carfagna: una materia che è più necessario trattare nel
Mezzogiorno».
Perdoni, ma questi ministeri sembrano più un fatto
simbolico che qualcosa di sostanziale.
«Lo sono, un fatto simbolico. Ma abbiamo l'impegno di Berlusconi -
che finora non ha mai mancato alla parola data - che dopo i
ballottaggi affronteremo il tema più generale. Il 6 giugno, poi,
presenteremo in Cassazione un progetto di legge di iniziativa
popolare. Mentre la discussione su quali ministeri spostare e dove
si farà con tutti. Sono certo che i governatori e i sindaci delle
grandi città saranno dalla nostra parte. Ripeto, noi abbiamo
assoluta volontà di andare avanti. E non è uno scherzo. Si ricorda
che cosa dicevano i coloni americani, niente tassazione senza
rappresentatività? Noi potremmo cambiarlo così: no representation?
No taxation».
Che fa Calderoli, torna a minacciare la rivolta
fiscale?
«A buon intenditor... Le posso anche anticipare che nella prossima
manovra noi cominceremo a tagliare anche quei sancta sanctorum fin
qui mai toccati, dalla presidenza della Repubblica a tutti gli
organi costituzionali».
Molti nemici, molto onore... Ma adesso ce l'avete anche
con il Quirinale?
«No. Ma io voglio spostare anche da Roma la presidenza della
Repubblica».
Va bene, Calderoli, forse state fuggendo un po' in
avanti...
«Ma no. Sui tagli, penso che in un momento di crisi debbano
riguardare tutti, non è pensabile che ci sia chi è escluso per
definizione».
Si dice che la Lega voglia cambiare la legge elettorale
e per farlo stia trattando anche con l'opposizione.
«Questo è un tema che divide i furbetti da chi lavora davvero per
il Paese. È ovvio che noi stiamo trattando con tutti, lo facciamo
da sempre. Ma quello che a tutti diciamo, maggioranza e
opposizione, è che bisogna far ripartire le riforme: riduzione del
numero dei parlamentari e superamento del bicameralismo perfetto
per avere una Camera legislativa e una Camera dei territori. Si può
fare in questa legislatura e, una volta arrivati a quello, il
cambiare la legge elettorale diventa obbligatorio. Ma quelli che
vogliono partire dall'ultimo punto sono i furbetti».
E Bersani è un furbetto o lavora per il
Paese?
«Vedremo. Se è in buona fede, accetterà la mia proposta. Se invece
il Pd pensa di partire dalla legge elettorale, vorrà dire che pensa
soltanto agli interessi di bottega. E anche che ha paura di
perdere».
Marco Cremonesi