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Corriere - Intervista al Ministro Calderoli: io delfino? No, un tonno. Andrò in pensione con Bossi

«Io non sono un delfino. Sono un tonno... ». Scherza un po' amaro, Roberto Calderoli, e aggiunge se stesso all'acquario della Lega, a tener compagnia alla «trota» Renzo Bossi. Secondo molte ricostruzioni giornalistiche, il caso Brancher sarebbe stato il primo scontro tra Lega e Pdl, oltre che la prima volta in cui sono affiorati dissensi in seno al Carroccio. Il ministro alla Semplificazione da molti è indicato come uno dei protagonisti della vicenda Brancher, reo tra l'altro di «eccessiva confidenza» con «l'amico Giulio» Tremonti.

Calderoli, com'è nata la promozione di Brancher?

«All'inizio, era l'idea di Bossi di fargli fare il ministro all'Agricoltura. Ne ha parlato con Berlusconi, ma poi questa strada non si è potuta percorrere. Lo spostamento di Giancarlo Galan allo Sviluppo economico apriva infatti altre questioni. Un peccato, anche perché Bossi lo ha detto più volte in pubblico che Galan sarebbe stato un ottimo ministro allo Sviluppo». E poi, che cosa è successo? «C'è stato il pasticcio sulle deleghe. Se la sottosegretaria al Turismo diventa ministro al Turismo, la Lega non ha nulla da obiettare. Ma se un sottosegretario diventa un ministro con un titolo che è la ragione sociale della Lega, le cose cambiano».

Ma come è potuto succedere?

«La delega di Brancher doveva essere legata al decentramento, all'articolo 118 della Costituzione. L'aggiunta della parola federalismo è stata un errore».

Tutto qui? Soltanto l'aggiunta di una parola a sproposito?

«No. L'altro grande errore è stato il sollevare subito il legittimo impedimento. Nessuno se lo sarebbe aspettato, a partire dal presidente della Repubblica. Una grande ingenuità, credo commessa in assoluta buona fede. Che Brancher ha pagato comunque in prima persona».

È vero che la vicenda ha rappresentato il primo serio screzio tra il Carroccio e il Pdl?

«A qualcuno piacerebbe, ma non è così, nessuno si illuda. Penso che tutti ormai abbiano capito che la forza di questo governo è proprio il rapporto straordinario tra Bossi e Berlusconi. È solo quell'alchimia che consente ciò che altrove è impossibile: con una delle peggiori crisi di sempre, noi stiamo facendo le riforme. Oggi abbiamo sul tavolo la manovra, eppure a giorni arriveranno i tre nuovi decreti sul federalismo. Il resto sono chiacchiere».

Si è anche avuta l'impressione insolita di una Lega a più voci.

«Macché. La Lega ha una sola voce, ed è quella di Bossi. Lo sanno anche i sassi. C'è chi ha parlato di una lotta di successione tra me e Maroni. E allora voglio dirlo: dopo Bossi, la persona che conosco che più capisce di politica è Maroni. Ne capisce molto, ma molto più di me. Io sono più adatto a organizzare. Faccio politica perché mi piace, e perché mi piace aiutare Bossi. E dunque, io vado in pensione con lui. Non so se a fare il ristoratore o per andare a pesca. Ma i delfini sono altri, io sono un tonno...».

Un'altra accusa che le è stata rivolta è quella di essere troppo amico di Tremonti, al limite dell'intelligenza con il nemico.

«Se stiamo facendo tante riforme è perché abbiamo avuto in lui una sponda importante. Quel che forse non tutti capiscono è che raramente un ministro all'Economia è un uomo di riforme. L'aver avuto come interlocutore Tremonti, invece, ci ha consentito di fare i tagli, ma anche le riforme: è una delle personalità che il mondo ci invidia. Ed è una personalità che ha sempre ascoltato Bossi in modo straordinario. E dato che Bossi non può occuparsi di tutto, a volte mi dà l'incarico di portare avanti alcune partite. Come dire: se si vuole il prosciutto, dal salumiere bisognerà andare, no?».

Eppure, quella manovra così pesante soprattutto sulle Regioni, nel Carroccio forse è stata compresa meno che altrove.

«Noi abbiamo accettato questa manovra, che è pesantissima, alla luce del fatto che c'è stata una crisi economica e una crisi dell'euro. Se volete, è anche paradossale che noi leghisti siamo stati i primattori nella difesa di un euro che non avevamo condiviso. Però, nell'euro oggi ci sono le pensioni, i risparmi, i soldi delle imprese. Ma il punto è l'autonomia impositiva. È vero, oggi taglio: ma garantisco le stesse entrate proprie. Se a questo aggiungiamo che daremo ai Comuni gli strumenti per fare lotta all'evasione, gli enti locali avranno ben più di prima. E questo non tra un secolo: l'anno venturo».

Le Regioni però dicono: «E lo Stato? Perché dobbiamo pagare solo noi?»

«Io penso che la questione dei costi standard sarà la grande novità. Voglio dirlo: i costi standard non saranno soltanto per Regioni ed enti locali. Dovranno essere per tutti, a partire dai ministeri. Anche se questo è un livello che ancora bisogna acquisire al ministero dell'Economia...».

Lega di lotta e di governo. Forse, sul territorio, qualcuno si va stancando della seconda. O no?

«La capacità incredibile di Bossi è proprio quella di riuscire a far convivere le due cose. Lui ha saputo trovare il tono e le parole per spiegare che noi siamo a Roma per realizzare il cambiamento, non per governare. Noi, per i presidenti di Regione, abbiamo rinunciato a un ministero importante come l'Agricoltura. Per la politica tradizionale, qualcosa di inconcepibile. Ma la Lega è questo: cambiamento».

Però qualche irritazione affiora...

«Certo, uno il federalismo lo vorrebbe subito, un altro vorrebbe sempre portare a casa il centodieci per cento. Ma rispetto a un Paese in cui non è mai cambiato niente, basta aspettare: non alla fine dei cinque anni ma già dall'anno prossimo si potrà misurare che cosa è cambiato. Insomma: o uno rinuncia a cambiare questo Paese, e allora prende altre strade: difficili e per me impercorribili. Oppure fa un investimento che è ormai a breve termine. Io penso che chi ancora non l'ha capito, presto capirà. La politica è il realizzare degli obiettivi. E tutto noi possiamo fare, tranne che cadere nel gioco di chi il cambiamento non lo vuole».

Marco Cremonesi

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