Calderoli avverte il premier e Fini. Fate pace o a settembre ci
contiamo.
Niente da fare: i leghisti Casini non lo vogliono proprio, non
possono governare con chi nelle ultime campagne elettorali «ha
attaccato più Berlusconi che Bersani». Dunque avanti con questo
governo, con un ultimatum: «Berlusconi e Fini chiariscano subito,
prima delle vacanze estive». E se i co-fondatori non dovessero
riuscire a fare la pace? Beh, allora si andrà alla conta e i
finiani scopriranno che non sono in grado di far cadere il governo.
In caso contrario tutti alle urne.
Roberto Calderoli, ministro alla Semplificazione, conversa di
governo, federalismo e rapporti tra Bossi e Berlusconi. Sui quali
assicura: il caso Brancher e lo stop all´Udc «non li hanno
cambiati, loro sono due uomini del fare, sono inscindibili».
Calderoli ci tiene a separare i fronti che stanno facendo
ballare la maggioranza: «Casini e Fini sono due discorsi diversi».
Quanto al primo, spiega l´ostinazione padana contro le manovre di
riavvicinamento dicendo che «ci troviamo di fronte all´assurdità di
tornare alle coalizioni fatte dopo il voto». E poi attenzione,
perché chi alle politiche ha scelto Lega e Pdl «ha votato anche
contro Casini». Se poi porti al governo «l´antagonista», il nemico
che a marzo in molte regioni si è schierato con il Pd
«attaccandoci» finisce che «tradisci il mandato elettorale».
Insomma, dire al popolo della Lega che ora si deve andare a
braccetto con Casini «sarebbe una barzelletta, e non basta certo un
cena per cambiare il fatto che eravamo uno contro l´altro».
Guai a ipotizzare che, in realtà, dietro al niet padano ci siano
altre ragioni, di potere e di rapporti di forza. Come ad esempio un
indebolimento dell´asse Tremonti-Lega e, di conseguenza, del
disegno federalista. «Chi se ne frega di queste cose». E poi,
racconta Calderoli, «quando con Casini parlo di federalismo lui non
è così contro come poi esplicita» in pubblico. Ad esempio, il no
centrista a quello demaniale è nato per ragioni tattiche dopo il no
di Bossi alle ipotesi di riavvicinamento tra Udc e Pdl. Ma il
problema qui è un altro: «Con quale credibilità potemmo andare di
fronte alla nostra gente?».
Eppure i conti non tornano: se la Lega dice di no a Casini e
Berlusconi e Fini rompono, come può sopravvivere il governo e il
sogno federalista? «Non possiamo che denunciare il nostro imbarazzo
per una situazione nella quale dovremmo essere solo spettatori»,
dice Calderoli prima di spronare i due co-fondatori a fare pace.
«Noi avevamo provato a mediare - racconta riferendosi ai giorni di
aprile precedenti alla direzione del Pdl dove la crisi tra i due
deflagrò pubblicamente - ma a questo punto ci potrebbero essere
elementi personali che non siamo noi a poter far superare. Se la
devono vedere direttamente loro due. Mi auguro una soluzione
positiva che devono trovare pensando anche alla ragion di Stato. E
questo chiarimento lo devono fare immediatamente, dopo la manovra e
prima delle vacanze, perché non è possibile andare avanti così per
tutta l´estate. Poi tra due anni e mezzo ognuno farà le sue scelte.
È impossibile che non trovino un minimo comun denominatore, se poi
ci sono intenti diversi lo dicano». Appunto, a meno che ormai non
ci sia più niente da fare. Nel qual caso «andremo alla conta e sono
convinto che il problema sarà molto ridimensionato». Come dire,
Fini e i suoi non avranno i numeri che sbandierano per far cadere
il governo. Ma se così non fosse, se il governo cadesse davvero,
per la Lega «l´unica alternativa è il voto».
Alberto D'Argenio