VENT'ANNI di politica e - confessa con
una punta di piacere - Roma non la conosce ancora bene. Per un
leghista anche questo fa curriculum.
Roberto Calderoli, ministro della
Semplificazione normativa, di mestiere fa il chirurgo, «ma con le
leggi da tagliare meglio usare la motosega del bisturi», annuncia
sorridendo.
Ministro, partiamo dal lato nascosto: cosa fa quando non fa
il politico?
«La mia vita privata? Ormai è quasi scomparsa. Qualche volta vedo
la famiglia. Ma per motivi di politica, da quando mia moglie è
presidente della Provincia di Cuneo, le distanze si sono allungate.
Anche il bambino prima andava a scuola a Bergamo, adesso si è
trasferito».
Dicono che lei però abbia un passato da
sportivo...
«Vero. Prima ho gareggiato sugli sci, poi a quattordici anni sono
passato alle moto, al motocross, per precisione».
I suoi genitori saranno stati disperati...
«Per nulla. Era una tradizione di famiglia. E poi Bergamo, dove
sono nato, era la patria di quella che un tempo si chamavano gare
di Regolarità in moto. Ho corso fino a 21 anni, poi sono passato
alle auto».
Con che risultati?
«Per sei anni sono stato primo nell'elenco priorità. Ho
vinto due prove di europeo, in Costa Smeralda».
E come è arrivato alla politica?
«È stato graduale. Ma non casuale. Mio nonno fondò un
movimento che propugnava la trasformazione di Bergamo in provincia
autonoma e la nascita delle Regioni, inserite nella Costituzione,
ma mai realizzate. Lui conquistava sempre un seggio in Consiglio a
Bergamo. E il suo studio di medico era la base di tanti movimenti
autonomisti, dall'Union Valdotaine al movimento Stella
alpina».
Non saranno stati periodi semplici...
«Ogni volta che c'erano le elezioni gli smontavano il
palco - sorride -. Comunque la politica a casa c'è sempre stata. Le
prime riviste della Lega, dei fogli pieghevoli, le avevano portate
mio zio e mio fratello che erano andati a conoscere Bossi a
Varese».
Il primo incontro con Bossi?
«Una festa di carnevale a casa di mia sorella. Lui non era
ancora il senatùr, come tutti lo hanno chiamato dopo».
Dicono abbia anche la passione per la musuca, è vero?
«Per quella ci vorrebbe tempo. Però, quando avevo 17 anni,
con un gruppo di amici ho fondato la seconda radio privata di
Bergamo, Radio Bergamo Alta. Da una posizione elevata potevamo
trasmettere artigianalmente fino in Romagna. Facevamo tutto noi,
anche i tecnici. Partimmo con 200mila lire. Poi, mi ricordo, quando
l'Escopost, la polizia postale, andava a caccia degli impianti da
sequestrare, li nascondevamo in cantina. Poi, mi sono anche
occupato di televisione. Una volta mia madre, che pensava stessi
preparando un esame per l'università, mi trovò a dipingere le
vetrine della sede della tivù. E diciamo che mi convinse a finire
gli studi... Quanto ai motori, oggi, su un'auto da corsa, ci salgo
solo - con molto piacere - quando faccio da apripista al rally di
Bergamo».
Poi, dalla passione della radio e dei motori è passato alla
politica? L'avrebbe mai detto che sarebbe diventato vicepresidente
del Senato e poi ministro?
«No. Non ci pensavo affatto. La politica, all'inizio, era
solo una passione. Quella al Senato è stata un'esperienza
bellissima. E forse, il fatto che i governi di sinistra
preferissero una presidenza di opposizione quando c'era da
approvare una finanziaria, vuol dire che quel ruolo l'ho
interpretato bene. Io volevo puntare sulla rapidità. L'idea è che
metterci due ore e non due giorni per approvare un provvedimento
significa risparmiare. E la stessa rapidità oggi la applico alle
riforme. Io spingo come un pazzo, ma si fa tanta fatica. A parole
tutti vogliono riformare, ma tirar si dietro tutti è difficile, è
dura, come per un bue che tira il carro. Certo, con la riforma
federale chi perde competenze non è contento. Ma i risparmi servono
a tutti».
Ma in Parlamento sul federalismo fiscale non ci sono stati
molti voti contrari.
«La questione è semplice. Se si rimane sul terreno del
buon senso il confronto è positivo. Basta non snaturare i
provvedimenti».
L'abbiamo vista dar fuoco a un muro di leggi inutili. Qual
è quella che è più contento di aver bruciato?
«Quello che mi fa libidine è il numero. L'idea originale
era del povero Andreatta. C'era un elenco di 23mila leggi
considerate inutili. In realtà, era troppo completo da una parte e
incompleto dall'altra. Quando ci siamo accorti che in realtà erano
400mila ci è preso un colpo. Ho messo insieme, senza stipendio,
diverse persone che se n'erano occupate senza successo, per dare la
caccia a tutte le leggi inutili. Un pool di frustrati, se vogliamo.
E ce l'abbiamo fatta. Io faccio il chirurgo. Pensavo di dover
intervenire col bisturi, invece è servita la motosega. Poi, adesso,
le leggi sono tutte sul sito. Si possono trovare senza pagare una
banca dati, come in passato. E non è uno scherzo. La legge, si
dice, non ammette ignoranza. Ma l'idea che per conoscere una norma
penale uno debba pagare un privato è assurda».
Da lombardo in trasferta, come vive a Roma?
«A Roma ci sto tanto e ci vivo poco. Mi rifiuto di far
vita di società. Soprattutto non frequento i salotti. Quelli, poi,
li evito anche a Bergamo. Al massimo una cena con Bossi. E cucino
io».
Pure la passione per la cucina?
«Certo, soprattutto carne e pesce. A Roma una volta
abbiamo fatto una gara fra polenta veneta e polenta taragna. Con
Tremonti e Bossi che hanno fatto da giudici».
Chi ha vinto?
«Hanno deciso che una è perfetta mangiata da sola, l'altra con
diverse pietanze».
Soluzione democristiana. Roma non l'ha segnata, dopo tutti questi
anni?
«No, quasi non conosco le vie. E non è che mi dispiaccia».
Non le manca il lavoro da chirurgo?
«Io sono in aspettativa in ospedale. Della professione mi
manca la sala operatoria. Certo, la tecnica ha fatto passi da
gigante e tornando a fare il medico mi servirebbe un po' di
aggiornamento. Ma anche in questo mestiere come in politica le
parole chiave sono conoscenza, precisione e rapidità».
Ministro, cosa vuol fare da grande?
«Mah - si ferma a pensare -, forse mi piacerebbe fare il cuoco.
Magari aprire un bell'agriturismo...».
Guido Bandera