«La sera prima del giuramento festeggiammo insieme io, Bossi,
Tremonti e Brancher».
«Ha fatto bene, la scelta giusta per evitare certe
strumentalizzazioni. Io stesso gliel'ho consigliato».
L'impressione di molti è che sia stato fatto ministro
anche per quello.
«Ecco, proprio per smentire questa lettura falsa, ha fatto bene
a rinunciare».
Qualcuno dice che lo ha fatto su ordine di Berlusconi:
un eventuale conflitto d'attribuzioni avrebbe portato la Corte a
far saltare la legge sul legittimo impedimento, lasciando il
Cavaliere senza scudo.
«Non so se Berlusconi abbia avuto un ruolo in questa decisione.
Credo che abbia riflettuto Brancher stesso. Comunque, per evitare
conflitti, avrei preferito che il legittimo impedimento fosse stato
fatto subito per via costituzionale e non con soluzioni
tampone».
«Avvenire» invita Brancher a dimettersi.
«Non vedo perché. La richiesta avrebbe avuto un senso fino a
quando avesse continuato a usare lo scudo».
Facciamo un passo indietro. Si dice che la nomina a
ministro sia stata decisa da lei e Tremonti.
«Ci attribuite un potere che non abbiamo. Sulla nomina erano
d'accordo sia Berlusconi sia Bossi».
Per qualcuno Bossi è stato scavalcato, se non
peggio.
«No, da tempo si lavorava a far diventare ministro Brancher. Per
Bossi l'opzione principale era Aldo alle Politiche agricole e Galan
allo Sviluppo economico. Ma questa ipotesi non si è realizzata per
problemi di equilibri interni al Pdl. A quel punto si è parlato di
un ministro senza portafoglio».
Insomma, Brancher ministro a tutti i costi?
«Si voleva dare un riconoscimento al suo importante ruolo. Non
si sono verificate le condizioni per l'Agricoltura, ma c'erano
altri vuoti da riempire».
E qui comincia il giallo delle deleghe.
«Qualcuno ha commesso un errore». Qualcuno chi? «Non credo in
malafede, ma la delega decisa era sul federalismo amministrativo ex
articolo 118. Omettendo, per ignoranza, l'ultima parola, è sembrato
che parte delle deleghe siano state sottratte a Bossi e non al
ministro Fitto».
Fitto, forse, non è rimasto contento di questi
movimenti.
«Quindici giorni fa gli è stata data una delega importante sul
piano per il Mezzogiorno, fondi Fas e contributi europei. Anche
dopo un confronto con lui, sono state scritte le deleghe».
Il decreto con le deleghe, però, non è ancora uscito in
Gazzetta. Come mai?
«Non chiedetelo a me, spetta a Palazzo Chigi. Comunque passa
sempre almeno un mese di regola dopo il giuramento: è successo a
me, a Bossi e a molti altri. Non vedo il problema».
Bossi era a conoscenza delle deleghe?
«Certo che lo sapeva. La sera prima del giuramento abbiamo
cenato insieme, presenti anche Tremonti e Brancher, all'Aeroclub di
Roma. In quell'occasione abbiamo festeggiato anche il nuovo
ministro».
Qualcuno ricorda che anche lei, prima che la sua
posizione fosse archiviata, era indagato nel processo
Antonveneta.
«Francamente mi cadono le braccia. Io sono incensurato e da
indagato sono andato a farmi interrogare e mi sono fatto fare tutti
gli accertamenti personali e patrimoniali».
Brancher fa bene a rinunciare all'impedimento in modo
definitivo?
«Sì, io mi sono messo a disposizione e ho trovato persone serie
che volevano sapere come sono andate le cose».
Come valuta il comportamento del Quirinale e la nota sul
legittimo impedimento?
«Fermo restando che le parole del presidente non si commentano,
ha ragione Bossi: Brancher ha fatto una cosa poco furba. Per questo
da parte del Colle c'è stato un legittimo risentimento».
Il danno d'immagine al governo è grande. Ci
sono le condizioni per andare avanti?
«Se regge l'asse Berlusconi-Bossi si va avanti due o trecento
anni».
Manca ancora all'appello il ministro allo Sviluppo
economico.
«Sì, l'ho sollecitato più volte a Berlusconi. Noi preferivamo
Galan, ma ora credo che il miglior ministro possibile sarebbe
Berlusconi in persona. Se decide di farlo, però, non dovrebbe farlo
pro tempore ma assumersi l'incarico in pieno».
La Lega è spaccata? Non è un mistero che ci sia un po'
di fronda verso di lei, accusato di agire troppo in
solitaria.
«La Lega è un partito leninista, come dice Maroni: ma c'è un
ampio confronto interno. Tutte le cose importanti non sono mai
condivise solo da me e Bossi ma da tante altre persone».
È partita la lotta di successione?
«Chi parla di queste cose è un cretino. Bossi è la Lega e la
Lega è Bossi. E poi il capo ormai è il punto di equilibrio tra
maggioranza e opposizione. Quando c'è un problema tanti dicono:
andiamo da Bossi che ci pensa lui».