Ministro Calderoli, «mamma Rai», come la definisce lei, non
ha preso bene la cura dimagrante che le ha prescritto. Il
presidente Garimberti, sostenuto dal consiglio di amministrazione,
promette azioni legali. Cosa risponde?
«Rispondo che abbiamo chiesto sacrifici a tutti, non vedo perché la
Rai ne dovrebbe essere esentata».
Dicono che il vostro emendamento alla manovra sia un regalo
a Mediaset.
«No, guardi, il regalo noi lo facciamo ai cittadini che
pagano il canone».
Ovvero?
«Aspetti... (cerca un appunto, ndr). Ecco qui: mondiali di
calcio Sudafrica 2010. Inviati Sky: circa 50. Inviati Rai: 100.
Bello scarto no? E tenga conto che Sky manderà in onda tutte le
partite, la Rai un terzo».
La Rai le risponderebbe che questa è ingerenza politica
nell'autonomia dell'azienda.
«Fosse una società privata, capirei. Ma poiché la Rai è
finanziata con i soldi dei cittadini, abbiamo il dovere di
intervenire. Il costo del personale è il 33% delle spese,
l'emendamento dice che deve scendere al 25%. Non mi pare una
richiesta insostenibile. Se poi dipendesse da me...».
Dica.
«Se la Rai deve fare servizio pubblico, lo può fare con un
canale. E invece di carrozzoni ne abbiamo tre che si cannibalizzano
fra di loro. Se a Mediaset ogni rete risponde alle esigenze di una
fascia di pubblico, alla Rai ciò non accade. Rai Tre dovrebbe
essere un canale a vocazione regionale, invece prevale sempre la
programmazione nazionale. Due canali andrebbero
privatizzati».
Una delle ragioni per le quali fareste un regalo al concorrente,
dicono i critici, è che non mettete alcun tetto agli appalti delle
società di produzione come Endemol, della quale Mediaset è
azionista.
«Non mi interessa quanto spende la Rai per pagare questo o
quell'appalto. Insisto: deve riportare il costo del personale a
livelli accettabili. Su questo ha da imparare sia da Mediaset che
da Sky. Invece, come leggo dai giornali, l'azienda del servizio
pubblico paga gente per non lavorare».
Nel testo dell'emendamento non c'è traccia del contributo di
solidarietà per i dipendenti Rai, lo stesso imposto ai dirigenti
pubblici con stipendi superiori ai 90 mila euro.
«Non c'è più. Io lo avrei voluto introdurre, mi sarebbe
parso equo. Poi con i miei tecnici ci siamo resi conto che saremmo
entrati in un terreno minato. Quella norma sui dipendenti era a
rischio incostituzionalità, mentre è confermato il taglio al 20%
delle collaborazioni esterne».
Anche le Regioni protestano per i tagli ai trasferimenti. Roberto
Formigoni dice che in questo modo si uccide il federalismo
fiscale.
«Formigoni è collega di partito di Tremonti. Chieda a lui
(ride)».
Nel merito?
«Capisco la difficoltà dei governatori. Ma quel che dice
Formigoni è una sciocchezza. Tanto prima introdurremo i costi
standard, tanto più le Regioni potranno avere il controllo della
spesa. Nel frattempo ci devono spiegare perché in Calabria gli
invalidi sono il doppio di quelli pugliesi. O perché le Regioni
hanno attinto solo al 6% dei fondi europei a disposizione. Capisco
il muro del pianto, ma se poi scopriamo che non hanno usato fondi a
cui avrebbero potuto attingere...».
Ci sono spazi per ridurre i tagli?
«Come ha detto Tremonti, soldi e saldi non si possono
toccare. Io però ho fatto una proposta alla quale il ministro non è
contrario: invece di introdurre un taglio proporzionale rispetto
agli abitanti, le Regioni potrebbero decidere fra di loro a chi
togliere di più e a chi meno, sulla base di un meccanismo premiale.
E' quel che già avviene per il fondo sanitario».
Fa autocritica per il mancato taglio delle Province? Avete fatto
marcia indietro due volte.
«L'autocritica la devono fare altri, nella maggioranza e
nell'opposizione. Noi non abbiamo mai sostenuto l'abolizione delle
Province, ma la razionalizzazione. Invece in Parlamento c'è chi
prima ha sostenuto l'abolizione di tutte le Province, poi, dopo
aver ricevuto telefonate di protesta, non ne ha volute togliere
nemmeno quattro».
Alessandro Barbera