Il progetto Il ministro: ne ho parlato con Tremonti e con il
capo dello Stato
«Nuove regole solo con una Convenzione»
Camera e Senato cercano di boicottarsi, così
non si va da nessuna parte
MILANO - «Dobbiamo dircelo: le riforme, così, non le faremo mai.
Ci stiamo prendendo per i fondelli». Il clima politico pare
rasserenato, ma Roberto Calderoli non ci crede. E se a dirlo è lui,
che da 10 anni è tra i principali architetti delle riforme
dell'intero centrodestra, c'è da credergli. Il ministro alla
Semplificazione scuote la testa: «Rischiamo di fare tutti il gioco
di Di Pietro ».
Che succede? Da dove nasce il pessimismo?
«Vedo quel che accade. Tutti a parlare di bozza Violante
dimenticando che il Senato non l'ha mai vista. Con i senatori che
già la sberleffano e se la ridono tra loro all'idea di
impallinarla. Intanto, a Palazzo Madama c'è chi ha presentato un
progetto per una Camera delle Regioni. Capito? Camera, non Senato.
Ciascuno fa il suo impianto, pronto a boicottare quello dell'altro
ramo ».
Ma la bozza Violante non potrebbe essere comunque una
base di discussione?
«Io la apprezzo, ma una cosa deve essere chiara: noi dobbiamo
riparare l'automobile mentre è in corsa. La domanda è vecchia:
perché gli eletti dovrebbero approvare una riforma che ne mette a
rischio la rielezione? Persino i padri costituenti, pochi lo
ricordano, si sono 'regalati' una legislatura».
E dunque, come se ne esce?
«Con il varo della Convenzione che ho lanciato all'inizio del
mese. Ormai il testo è pronto e potrà essere il miglior banco di
prova della volontà di tutti di cambiare il Paese.
Un'assemblea della massima rappresentatività che metta a punto un
testo redigente da votare a Camere unificate. Un passaggio finale
solenne per sottolineare che si è entrati per davvero in una nuova
Repubblica.
Altrimenti, abbiamo perso la nostra battaglia».
Su quali temi dovrebbe lavorare?
«Su tutti quelli di cui si blatera da anni. Poteri del premier,
sfiducia costruttiva, statuto delle opposizioni,
costituzionalizzazione di una parte dei regolamenti parlamentari,
Consulta, giustizia. E ovviamente, Senato delle Regioni e taglio
dei parlamentari » .
Come dovrebbe essere composta la
Convenzione?
«Da 25 membri della prima commissione della Camera e altrettanti
dal Senato, da 5 presidenti di Regione, da 3 esponenti indicati
dall'Anci e da 2 dell'Upi. E poi, 3 membri indicati dal governo e 2
dal capo dello Stato. Infine, dai presidenti emeriti della
Repubblica e dai presidenti di Consulta, Corte dei conti e Cnel.
Anche se il diritto al voto lo avrebbero solo gli eletti».
E perché la Costituente dovrebbe funzionare meglio del
Parlamento?
«Primo, perché Camera e Senato lavorerebbero insieme. Secondo,
perché il lavoro disporrebbe di ampia rappresentatività dei
territori e delle massime istituzioni. Terzo, perché solo uno
strumento del genere consentirebbe di affrontare tutti i problemi.
Per dire: la riforma della Giustizia, da sola, sarà sempre accusata
di essere al servizio di Berlusconi. Inoltre, la Convenzione
stabilizzerebbe la vita politica» .
In che modo?
«Io mi auguro che per Bersani le Regionali non vadano troppo
bene. Ma è evidente che, se così accadesse, il segretario Pd
sarebbe indebolito e le tensioni si farebbero troppo alte per un
lavoro condiviso. La Convenzione sottrae le riforme al logorio
quotidiano. E le riforme servono a tutti: al Paese, in primo luogo.
Ma anche Berlusconi non può farne a meno, se vuole dare un senso
alla legislatura, e lo stesso vale per Bersani. Se saltano, l'unico
che si frega le mani è Antonio Di Pietro».
Quale sarebbe il ruolo dei territori?
«Persino un dottoraccio leghista come me si è reso conto che una
Costituzione è pesi, controlli e contrappesi. Se aggiungi una
virgola da una parte, devi aggiungerla anche dall'altra. La Corte
costituzionale decide dei conflitti tra Stato e Regioni: è evidente
che i territori debbano avere voce nella sua riforma. Inoltre,
adesso che abbiamo ridotto il numero degli eletti negli enti
locali, il tagliare anche quello di noi parlamentari è un dovere
morale. Infine, ci prepariamo a uno Stato federale: io non voglio
un bicameralismo imperfetto, ma un bicameralismo paritario, in cui
Camere si specializzano» .
Ma è vero che una Convenzione avrebbe tempi
biblici?
«Il percorso ordinario prevede 4 passaggi in aula e il
referendum. Il tutto con le riserve mentali che dicevamo: se si
parte dal Senato, la Camera si attrezza a boicottare. Io credo che
con la Convenzione, in un paio d'anni, potremmo arrivare al voto
finale. E rimarrebbe ancora il tempo per approvare una legge
elettorale coerente con la nuova Costituzione. Ne ho già parlato
con Tremonti e Napolitano» .
Marco Cremonesi