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Intervista al Ministro Calderoli - La Padania

 
Obiettivo riforme: ci sono tutte le condizioni per poterle fare, bisogna solo stare attenti a sfruttare questo momento favorevole, perché «il clima è buono, ma il termometro non segna ancora il "sereno stabile"». Roberto Calderoli usa una metafora meterologica per fare il punto della situazione sul percorso degli interventi legislativi tesi ad ammodernare l'assetto  istituzionale del Paese. «Stiamo andando avanti con il federalismo fiscale, che rappresenta il punto fondamentale per mettere mano tanto al riassetto della Repubblica, quanto al problema del fisco», spiega il ministro della Semplificazione normativa. «Anche quanto si legge a proposito di eventuali novità in materia tributaria - osserva - rientrerà in questa riorganizzazione».
Immagino si riferisca alla proposta lanciata da Berlusconi dell'Irpef con due sole aliquote?
«Abbiamo avuto un incontro con il ministro Tremonti giusto ieri pomeriggio. Ci sono dei progetti importanti, su una materia molto complessa e delicata come quella fiscale, che intendiamo portare avanti con la stessa serietà dimostrata in occasione del ddl sul federalismo fiscale».

Quali saranno i primi interventi sui banchi del Parlamento quando riapriranno le Camere?
«Il Codice delle autonomie inizierà il suo iter. Sempre sugli Enti locali, la settimana prossima, avremo un ulteriore decreto legislativo teso alla semplificazione che verrà vagliato dal Consiglio dei ministri. A breve verrà emanato un nuovo provvedimento "mannaia" che taglierà oltre 300 mila leggi inutili e presto partirà un nuovo sito internet sul quale si potranno consultare gratuitamente (mentre fino ad ora si è sempre dovuto pagare) tutte le leggi vigenti in Italia, finalmente ridotte a non più di 10 mila».

Torniamo alle riforme. Durante le vacanze si è parlato di un imminente vertice di maggioranza. Ci sarà?

«Certo. Prima dell'interruzione dei lavori parlamentari, sono state approvate tre mozioni. Da qui si deve ripartire. Il clima è buono, ma è presto per pesare ad un "sereno stabile". Adesso si deve entrare nel merito. Per questo noi abbiamo avanzato la proposta della Convenzione. Perché non si tratta solo di maggioranza/opposizione, i problemi si annidano anche nel fatto che non è mai semplice per un organo lavorare ad una riforma che lo tocca direttamente... ».

In altre parole, per Camera e Senato, non è semplice decidere di "amputarsi", riducendo, ad esempio, il numero dei loro rappresentanti.

«Lavorare su un motore in movimento è sempre più difficile. Sarebbe meglio trovare un modo che consenta al Parlamento di continuare le sue attività e parallelamente contribuire, insieme agli altri livelli di governo, Comuni, Province e Regioni, alle nuove regole da scrivere».

La critica che le è stata rivolta, anche da alcuni esponenti del centrodestra, è che questa soluzione rischia di allungare i tempi.

«Ne ho parlato con Berlusconi. Domani consegnerò al premier, ai coordinatori del Pdl e ai capigruppo di maggioranza, un testo scritto perché tutti possano capire di che cosa si parla esattamente. In allegato, ci sarà anche una tabellina dei tempi che illustra come, prove alla mano, la Convenzione, al contrario di quanto si crede, potrebbe addirittura far guadagnare tempo».

Rimane però il nodo della Costituzione. Per varare la Convenzione, bisogna prima modificare la Carta.
«Non è completamente esatto. Ho trovato una strada per bypassare questo scoglio. Non entro ancora nello specifico solo per una questione di correttezza verso gli alleati che incontrerò domani, ma le assicuro che si può fare. Io penso che quando il progetto sarà chiaro a tutti, anche le resistenze che si sono registrate nelle settimane passate, verranno meno».

Lei ha parlato di "clima favorevole", ma anche in passato sembrava ci fosse "distensione", senza che la cosa si sia tradotta in qualcosa di utile.
«Ci sono dei cambiamenti che ormai sono auspicati da tutti. Sulla riduzione del numero dei parlamentari e sulla necessità di attribuire maggiori poteri tanto all'Esecutivo quanto al Legislativo studiando un nuovo sistema di pesi e contrappesi, nessuno ha più nulla da dire. Su altri temi, come la fine del bicameralismo perfetto o il cosiddetto "premierato" o presidenzialismo, invece, emergono maggiori divisioni circa il modello da realizzare».

Lo scoglio maggiore non è la Giustizia e il fatto che Berlusconi voglia fare tutte le riforme insieme? 
«Nulla osta, ad un certo punto, separare le due cose. Ad ogni modo, penso che anche nell'opposizione l'atteggiamento possa essere diverso se le viene proposta una riforma della Giustizia e basta, oppure una riforma della Giustizia inserita in un riassetto complessivo del Paese».

Se fosse per lei, le scinderebbe?
«La prima cosa è accertare il terreno sul quale può esserci una convergenza. Discutere anche del resto e dopo fare una scelta. Ad oggi, la massima ostilità da parte del centrosinistra in materia di Giustizia, mi sembra si registri sulle ipotesi di leggi ordinarie, non su quelle di riforma della Costituzione».

Si è parlato anche di ritorno dell'immunità parlamentare. Al Senato è stato depositato un ddl bipartisan, il "Chiaromonte-Compagna", che riprende il vecchio "Lodo Maccanico". Un testo che non dispiacerebbe anche al Colle.
«Questa non è immunità parlamentare. Si tratta di una "sospensione" dei procedimenti che deve essere chiesta alla Camera di appartenenza. L'immunità parlamentare prevedeva la richiesta di autorizzazione a procedere, che quando veniva negata, estingueva tutto l'iter. Con il Chiaromonte-Compagna, invece, le indagini comunque vengano fatte e al momento del rinvio a giudizio il pm fa richiesta al Parlamento se ritenga opportuno o meno sospendere la fase dibattimentale fino a quando il deputato o il senatore è in carica. Scaduto il mandato però, tutto riprende, così come si era fermato. È la stessa cosa che sta succedendo in Francia per i processi nei quali è imputato l'ex presidente Chirac».

Potrebbe essere una strada percorribile?
«Se rimane decontestualizzata dal resto delle riforme istituzionali mi sembra che abbia le gambe corte. Se inserita in un quadro più ampio, invece, il discorso potrebbe cambiare».

Ormai siamo in campagna elettorale. Le regionali rappresenteranno uno stop alle riforme?
«Mi piacerebbe rispondere di no. Ma come ha giustamente osservato anche il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, è più realistico che il dialogo possa ripartire solo dopo il voto. Per questo, insisto, se fino ad aprile per ragioni elettorali, è difficile poter parlare di riforme, sfruttiamo diversamente questi quattro mesi... ».

Non me lo dica: sta di nuovo pensando alla Convenzione?
«In questo tempo, più della metà del cammino per la creazione della Convenzione potrebbe essere percorso. E in attesa dei poteri redigenti, che arriverebbero con una modifica della Costituzione, quest'organo potrebbe già iniziare a lavorare: tracciando un ruolino di marcia, facendo una ricognizione sulle materie sulle quali c'è convergenza, abbozzando un primo testo. Insomma, ci si troverebbe a metà aprile con delle fondamenta sulle quali poi poter iniziare a costruire».

Se il voto dovesse confermare le previsioni: una vittoria del centrosinistra e una sconfitta delle forze di opposizione, il Pd ne uscirà più o meno "aperto" al dialogo?
«Penso che il centrosinistra perderà. Se avranno una sconfitta e basta, le riforme non subiranno contraccolpi. Se il centrodestra dovesse fare "cappotto" potrebbero esserci dei problemi seri.  Già oggi, chi è uscito sconfitto dal loro congresso, mi sembra stia remando contro la segreteria di Pier Luigi Bersani. Figuriamoci se dovessero subire una debacle alle urne. A quel punto, temo che fare le riforme con una maggioranza allargata sarebbe davvero ostico. Non per cattiva volontà da parte nostra, ma perché non ci sarebbe più un'opposizione con la quale poter parlare».

Visto l'impasse nel quale si trovano
direi che l'ipotesi "cappotto" è tutt'altro che una chimera...

«In effetti, sembra proprio che si stiano rovinando con le loro mani. In Campania sono nel caos, in Calabria non penso ci sia una sola persona a poter dare fiducia a Loiero, in Puglia con ogni probabilità si presenteranno con due candidati, Boccia e Vendola, entrambi logorati da mesi di scontri che hanno indebolito e frazionato la coalizione. Non parliamo poi del Lazio... ».

Ma come, proprio adesso che si apprestano a "calare l'asso" Bonino...
«Dopo aver valutato una lista di nomi assai modesti, non mi sembra una scelta così straordinaria. È di sicuro l'esponente più conosciuto e "visibile" fra tutti quelli che sono stati ipotizzati, ma al contempo, mette la pietra tombale su eventuali aspirazioni del centrosinistra di poter ancora attrarre a sè una parte dell'elettorato cattolico».

Ma poi l'ex leader radicale, non è piemontese?
«Tra l'altro... Infatti non si capisce perché si debba candidare a Roma. Ma forse, perché la piazza di Torino è già occupata, visto che c'è la Bresso, ossia la fotocopia in formato subalpino della Bonino».

Archiviato questo test, si aprirà una "finestra" inedita per il nostro Paese: non ci saranno più tornate elettorali di rilievo nazionale fino al 2013 quando finirà l'attuale legislatura.
«È la condizione ideale nella quale poter fare le riforme. Del resto, anche nella XIVª legislatura, dopo una fase iniziale di difficoltà, nell'ultima parte del quinquennio, siamo riusciti a completare la riforma della Costituzione e a cambiare la legge elettorale. Interventi che all'inizio sembravano impossibili. Ribadisco, dobbiamo stare attenti a non lasciarci sfuggire questa opportunità storica».
Paolo Bassi

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