ROBERTO CALDEROLI, Ministro per la semplificazione
normativa. Grazie. Inizialmente farò un discorso più generale,
non solo limitato al tema del federalismo demaniale, e formulerò
qualche riflessione complessiva rispetto ai tempi in cui siamo
arrivati.
La legge n. 42 del 2009 è stata assegnata il 29 ottobre 2008 alle
competenti Commissioni del Senato. Nel giro di soli sei mesi, con
tre passaggi, il 29 aprile ha avuto la sua approvazione ed è
entrata in vigore il 21 maggio. Ricordo che l'esame del
provvedimento - dico questo per dare risposta a temi che sono
tornati di attualità, ma ritenevo essere superati, rispetto alla
coesione sociale e ai problemi nord-sud - ha avuto una condivisione
in tutti e tre i livelli di governo, ottenendo un parere
favorevole, ancorché condizionato, ma con recepimento delle
condizioni proposte dai tre livelli stessi di governo. Vi è stato,
dunque, un coinvolgimento non solo dal punto di vista degli enti
locali e delle regioni, ma anche in senso geografico, avendo
raggiunto in tutte le occasioni votazioni che hanno raccolto
l'unanimità.
Ricordo che un largo confronto si è svolto con tutte le forze
politiche e non c'è nessuna forza politica che non abbia visto
proprie proposte emendative accolte, al punto che abbiamo avuto
l'astensione del PD, il voto favorevole dell'Italia dei Valori e il
voto contrario dell'UDC, ancorché numerose proposte suggerite da
quest'ultimo gruppo siano state recepite.
Ricordo, altresì, che nel passaggio al Senato il relatore era il
presidente Azzollini, uomo squisitamente espressione del
Mezzogiorno; lo stesso è accaduto nel passaggio alla Camera, dove i
due relatori delle due Commissioni erano entrambi provenienti dal
Mezzogiorno d'Italia. Infine, il presidente di questa Commissione
proviene da una regione storicamente autonomista come la Sicilia.
Credo, quindi, che ci sia stata da sempre la volontà di affrontare
il problema in termini di garanzia della coesione. Ritengo che
l'aver abbandonato la strada del riferimento al costo storico, ma
l'aver utilizzato il principio del costo standard, non sia un
elemento che obblighi a una razionalizzazione e a una virtuosità;
si tratta, invece, di un principio che, coniugato alla garanzia dei
fondi per poter assicurare i servizi civili e sociali su tutto il
territorio nazionale, presenta al proprio interno un meccanismo non
solo perequativo, ma anche di coesione sociale. Infatti, forse per
la prima volta diritti civili e sociali che teoricamente vengono
citati nella Costituzione, e forse non dappertutto realizzati,
possono avere completa attuazione.
Nel passaggio parlamentare, gli interventi del Parlamento hanno
irrigidito il sistema rispetto ai tempi, introducendo l'obbligo
dell'emanazione di un decreto entro il primo anno di vita, e hanno
fissato il titolo del provvedimento, che avrebbe dovuto essere
quello dell'armonizzazione dei bilanci pubblici, nonché
l'abbinamento con una relazione di accompagnamento.
Ricordo la cautela con cui affrontò l'argomento il Ministro
Tremonti, che metteva in guardia rispetto alle difficoltà di poter
realizzare il tutto in tempi così stretti. Oggi devo dire che egli
ha avuto ragione, sia rispetto alla complessità dei problemi che si
dovevano affrontare, sia perché le stesse fonti da cui veniva una
richiesta di un lavoro fatto bene e in fretta sono state,
volontariamente o non, responsabili di tutti i ritardi
successivi.
Vorrei ricordare i tempi con cui si sono realizzati i vari passaggi
che seguivano all'approvazione della legge. Abbiamo avuto la
costituzione della Commissione paritetica per il federalismo
fiscale (COPAFF) il 3 luglio 2009; la Commissione si è insediata il
29 settembre dello stesso anno, non perché non ci fosse la volontà
di farlo prima, ma perché mancavano le indicazioni dei nominativi
dai vari livelli di governo. La Commissione bicamerale si è
insediata il 17 marzo e ha avuto l'approvazione dei suoi
regolamenti il 13 aprile: quindi tecnicamente non era nelle
condizioni di poter svolgere il proprio lavoro. È trascorso, in
sostanza, un anno da quando avrebbe dovuto iniziare i lavori.
La Conferenza unificata ha ricevuto il primo dei decreti sul
federalismo demaniale il 17 dicembre. Avrebbe dovuto esprimere il
parere entro 30 giorni, ma, per i motivi più svariati, non si è mai
più riunita, neppure nei mesi successivi. Probabilmente ci sarà una
riunione questa settimana, legata ad altri provvedimenti, ma noi
abbiamo dovuto trasmettere alla Commissione bicamerale il testo che
è stato inviato il 18 marzo, ovvero il giorno successivo al suo
insediamento.
Dico tutto questo per sottolineare - aspetto che non è ancora
emerso - che, in base ai tempi della Conferenza unificata e della
Commissione bicamerale, la legge sul federalismo sarebbe già morta.
Essa, infatti, prevedeva che si dovesse approvare il primo decreto
entro un anno dall'entrata in vigore, quindi entro il 21 maggio.
Ora, i tempi minimi per poter approvare definitivamente il decreto
in Consiglio dei ministri sono calcolabili da 140 giorni in su,
quindi avremmo già sforato completamente il termine temporale. Di
conseguenza, non essendo emanato il primo provvedimento, anche gli
altri a seguire sarebbero definitivamente morti.
Questo ha portato a due interventi di tipo legislativo, che si sono
resi necessari proprio per salvare la delega. Il primo è il
decreto-legge n. 135 del 2009, che nasce dall'insediamento della
COPAFF. Peraltro, subito dopo oggi ascolterete il presidente
Antonini in merito a quello che è accaduto a livello della
Commissione paritetica. Quello che immediatamente emerse,
all'inizio del lavori della Commissione, era uno Stato che qualcuno
ha definito medievale, nel punto in cui ci trovavamo, rispetto alla
difficoltà della raccolta di dati; dati che non erano disponibili
anche per resistenze da parte di vari livelli di governo che
avrebbero dovuto, invece, fornirli con gioia, visto il loro
significato.
Il presidente Antonini scrisse, allora, ai Presidenti delle Camere
e al Governo richiedendo un intervento con uno strumento urgente.
Considerate le difficoltà di poter operare con un decreto-legge su
una legge delega, si divise l'intervento. Nella parte relativa al
decreto-legge n. 135, si prese atto della mancanza di un linguaggio
comune tra i vari livelli di governo per poter interloquire, quindi
confrontare, condividere alcuni dati e, soprattutto, compararli a
livello europeo. Fu richiesto, dunque, questo intervento perché
fosse stabilito un unico linguaggio di contatto tra i vari livelli
di governo e Stato; si decise di dare una configurazione a questa
codifica attraverso schemi che vennero condivisi in Conferenza
unificata, ma anche allegati a quel decreto-legge, in modo che
fosse obbligatoria la raccolta dati attraverso gli stessi.
La previsione era di dare 30 giorni dalla data di conversione del
decreto-legge per la raccolta relativa al triennio 2006, 2007 e
2008, di fissare il termine di giugno 2010 per quel che riguardava
il successivo triennio. Ci fu uno scollegamento tra il primo dei
decreti legislativi e la famosa relazione che doveva essere
presentata al Parlamento.
Era evidente che, dovendo approvare in via preliminare un decreto
legislativo nel mese di dicembre, non c'era nessun numero, nella
disponibilità della COPAFF, che potesse essere condiviso e poi
utilizzato per poter predisporre la relazione tecnica al
Parlamento. La relazione, poi, è stata separata dal decreto
legislativo ed è stato confermato, comunque, che la stessa deve
essere presentata, con le simulazioni, entro giugno 2010.
Con la successiva legge di riforma della contabilità e della
finanza pubblica, si intervenne sul titolo del primo decreto,
eliminando l'indicazione relativa all'armonizzazione dei bilanci
pubblici, cosa che era tecnicamente e concretamente impossibile
realizzare, dal momento che i dati codificati ci sono pervenuti
nella primavera del 2010. Quindi non sarebbe stato possibile
presentarli nel dicembre del 2009.
Tuttavia, perlomeno in termini di armonizzazione, la codifica è
stata un passo concreto estremamente importante. Sempre quella
legge, inoltre, introdusse un paracadute di tre mesi proprio per
evitare che la legge delega saltasse.
A fronte di queste difficoltà, voglio ricordare ancora una volta
che il 18 marzo il testo del decreto è stato assegnato. La legge
prevede 60 giorni per l'espressione del parere, termine che può
eventualmente essere esteso di 20 giorni, ma in caso di estrema
complicazione del provvedimento o in caso di co-presenza di più
decreti legislativi nello stesso tempo.
Così come in Parlamento, anche a livello di Commissione intendo
proseguire in un clima di leale collaborazione e di condivisione,
se è possibile; mi auguro che tutti questi pareri siano espressi
senza differenziazioni tra maggioranza e opposizione e siano
effettivamente condivisi. Naturalmente, offro lealtà, ma la
pretendo in termini di tempo. Sicuramente l'avvio del federalismo
fiscale dà conto della necessità di interventi su vari livelli (a
cui accenneremo in chiusura), ma innanzitutto del discorso delle
Conferenze. La Conferenza non può rappresentare uno strumento di
blocco o di ricatto in relazione ad altri provvedimenti. Se c'è la
necessità di un confronto, va bene, ma non può essere il
federalismo fiscale il parafulmine dell'ICI, piuttosto che del
Patto della salute o quant'altro. Si tratta di problematiche
estremamente importanti e concrete, ma nulla hanno a che vedere con
il federalismo fiscale.
Rispetto al cronoprogramma che il Governo avrebbe da sottoporre
alla Commissione, nell'ambito di un percorso che verrà realizzato
insieme, questo è il primo decreto. Dopo aver visto la complessità
della materia, mi sembra francamente che sarebbe opportuno
affrontare un argomento per volta e non più di uno
contemporaneamente.
Se ci sarà il rispetto dei tempi, che dovrebbero vedere
l'approvazione definitiva del federalismo demaniale nel mese di
maggio, il passo successivo sarà quello legato all'autonomia
impositiva dei comuni, argomento che abbiamo individuato come
prioritario perché ci consente di affrontare i problemi legati
all'ICI, al Patto di stabilità e tutte le problematiche legate agli
enti locali, che sono forse i soggetti che in questo momento si
trovano a soffrire maggiormente la situazione attuale.
Qualcuno ha anticipato qualcosa sui giornali e qualcuno addirittura
ha parlato di reintroduzione dell'ICI. Devo ribadire ufficialmente
e definitivamente che l'ICI non intende reintrodurla nessuno, che
il nostro obiettivo è non solo un'autonomia impositiva, ma
soprattutto una semplificazione: il numero delle entrate,
tributarie e non, degli enti locali costituisce una situazione
veramente insostenibile dal punto di vista del servizio al
cittadino.
La nostra idea è, quindi, quella di arrivare all'unificazione, ad
una cosiddetta service tax, comunque legata a tutti i
servizi che l'ente locale gestisce e offre al cittadino. In tal
senso, stiamo compiendo un lavoro di sfoltimento di tutto il
comparto dell'ente locale stesso. Non si può, infatti, andare a
semplificare tutto ciò che è statale, quando poi rimangono infinite
entrate, non sempre classificabili allo stesso modo, a livello
dell'ente locale.
Il passo successivo sarà quello dei costi e dei fabbisogni standard
e il quarto quello della fiscalità del comparto regionale.
L'ultimo, per il quale ricordo che si deve rispettare il termine
del 21 maggio 2011, dovrà essere emanato al massimo nel dicembre
del 2010 o all'inizio del 2011, perché i tempi richiesti sono
quelli a cui ho accennato poco fa. Esso dovrà in parte dare una
risposta rispetto alla riforma fiscale in senso lato, che presenta
molti punti che possono essere affrontati già con queste deleghe,
dal momento che la delega era estremamente ampia sotto questo
aspetto. Probabilmente, il completamento della riforma fiscale in
senso lato necessiterà anche di interventi più puntuali.
Rispetto ai contenuti del primo di tali decreti, non credo che sia
ancora pronta la relazione dei relatori. Entreremo, ovviamente, nel
merito quando l'affronteremo.
Avrete notato che vi è un testo uscito dal Consiglio dei ministri
dopo l'esame preliminare e un altro che abbiamo portato, proprio
dopo un lungo confronto con comuni e province, in Conferenza
Stato-città. Non avendo la possibilità di avere il confronto in
Conferenza unificata, abbiamo chiesto la convocazione in Conferenza
Stato-città, perché, perlomeno a livello degli enti locali, ci
fosse una condivisione del provvedimento. Credo che tale testo, su
cui abbiamo raggiunto il parere favorevole da parte degli enti
locali, sia allegato a quello che vi è stato trasmesso.
I punti su cui ci si è maggiormente intrattenuti riguardano il
fatto che anche rispetto agli immobili ci fosse sempre la necessità
della richiesta da parte dell'interessato, quindi non
l'individuazione e l'assegnazione senza un gesto da parte dell'ente
locale. Credo che sia un aspetto condivisibile, a condizione, però
- questa richiesta ci viene anche dal demanio - che si considerino
i beni a pacchetto e non singolarmente. È impensabile, infatti,
poter stilare un elenco da cui ciascuno vada a prendere la carne,
mentre poi l'osso resta tutto in un altro punto. Credo che sia
condivisibile avanzare proposte che abbiano un equilibrio.
Vi è poi una richiesta rispetto a tutti gli elementi informativi
legati al bene e, quindi, a debiti e crediti, che esso porta con
sé. Credo che anch'essa sia assolutamente condivisibile.
Il testo contiene, inoltre, una proposta di equa distribuzione fra
i tre livelli di governo. In tal senso, voglio indirizzare un
appello ai nostri interlocutori, comuni e province, con cui c'è
stato un ottimo confronto, a dispetto della totale assenza
dell'aspetto regionale. Ho saputo che i loro rappresentanti si sono
riuniti la settimana scorsa e hanno chiesto un incontro, che si
terrà nella giornata di domani, in cui arriveranno le loro
proposte. A tutti loro voglio rivolgere l'appello che non facciano
come per i polli di Renzo. Se ora che, per la prima volta nella
storia, lo Stato mette nella disponibilità e trasferisce le
proprietà dei beni, si inizia a discutere a chi deve spettarne di
più, poi magari non arriverà nulla a nessuno.
L'aver inserito un'equità di distribuzione di tale patrimonio fra i
tre livelli di governo, ovviamente in proporzione alle relative
funzioni, perché i comparti hanno cifre e numeri completamente
diversi l'uno dall'altro, è un elemento che ho assolutamente
condiviso.
Vi è poi una richiesta di adeguamento dei trasferimenti e non una
loro riduzione. Un bene può portare entrate, ma anche uscite ed è
chiaro, quindi, che l'adeguamento debba andare in su o in giù, a
seconda dei casi.
Si rileva un eccessivo limite imposto ai beni legati al Ministero
della difesa rispetto al patrimonio culturale. Sarebbe opportuno
ottenere anche questo punto, se si riuscissero a individuare alcune
cautele e garanzie, in modo che non ci siano limiti così
stringenti. L'ente locale ha spesso dimostrato di saper gestire e
tutelare un bene, in alcuni casi, meglio dello Stato.
Il testo tratta anche dei cosiddetti fondi, che credo siano uno
strumento assolutamente utile ed estremamente flessibile per quanto
riguarda i trasferimenti degli immobili. Ritengo, ma vedremo poi se
ci sarà la condivisione della Commissione e se si andrà su questa
strada, che i beni ad alto valore simbolico siano da trasferire
tout court, mentre quelli che hanno bisogno di una reale
valorizzazione, e quindi di un intervento anche in termini di
risorse, siano da inserire in un fondo in cui ciascuno avrà la sua
quota di partecipazione, nonché i relativi dividendi.
Comuni di una data dimensione o determinate province saranno in
grado di compiere anche direttamente questi tipi di interventi e di
valorizzazioni, mentre per molti altri si porrà, invece, la
necessità di creare o partecipare spontaneamente a tali fondi e,
quindi, di inserirvi risorse private per poterli valorizzare.
Credo di anticipare - non ho ancora avuto contatti ufficiali con le
regioni - che mi verrà rappresentato il problema per cui le regioni
vorrebbero una maggiore definizione delle assegnazioni non nei
decreti ministeriali, ma già in quello legislativo e, per
esprimersi con chiarezza, che fosse sicuramente garantito loro il
demanio marittimo e idrico.
Ho tenuto una certa elasticità nell'assegnazione ai diversi
livelli, conseguente a un Paese troppo lungo e disomogeneo da una
regione all'altra. È evidente che tutte le regioni che hanno le
coste, con i relativi canoni e tutto il resto, ricevano il
trasferimento di una determinata quantità di beni, mentre quelle
che non le hanno, come il Piemonte e la Lombardia, avranno la
necessità di essere compensate sotto altri aspetti e sicuramente il
demanio idrico rappresenta uno di essi.
Se, però, si dovesse stabilire che il demanio idrico va tutto alle
regioni, si eliminerebbe la possibilità di utilizzarlo rispetto
alle province in tutte quelle regioni dove si è già verificato un
trasferimento di beni assolutamente congruo. Le regioni sono
talmente diverse per dimensioni e caratteristiche che i diversi
tesoretti che si dovranno organizzare dovranno essere strutturati
proprio specificatamente, andando a verificare caso per caso le
tipologie delle regioni e degli enti locali.
Il discorso emerso ancora una volta in questi giorni - prima
abbiamo parlato della coesione sociale, ora intendevo affrontare
anche il tema dei centri di costo - è quello noto per cui il
federalismo fiscale possa determinare un aumento dei costi. Lo
ripeterò ancora forse troppe volte, ma tutto ciò che avrebbe dovuto
moltiplicare i centri di costo è già stato fatto negli anni
passati. Il decentramento amministrativo prima e la riforma del
2001 hanno, infatti, determinato una moltiplicazione dei centri di
costo e lo stesso è capitato in tutto il resto del mondo, laddove
si è attuata la separazione tra entrata e spesa.
Con questo provvedimento, stiamo tornando a un principio per cui le
risorse entrano laddove poi vengono spese. Si tratta, quindi, di un
principio di trasparenza e responsabilizzazione, cui si aggiunge la
possibilità di stabilire alcuni controlli e un sistema
sanzionatorio.
È evidente, tuttavia, che il provvedimento da solo non basta. Anche
quando abbiamo parlato in Aula e in Commissione del federalismo
fiscale, abbiamo stabilito che esso sta insieme se si emanano anche
il Codice delle autonomie locali e la riforma della Costituzione,
altrimenti il sistema non regge.
Possiamo andare ad applicare tutti i tagli di questo mondo, ma chi
è appassionato di numeri verifica che la nostra spesa pubblica,
anche con una manovra finanziaria all'anno, continua ad aumentare.
O si cambiano le regole oppure il banco salta.
Abbiamo iniziato a farlo anche rispetto al discorso del Codice
delle autonomie locali. Purtroppo, anche in quel contesto, devo
sempre rappresentare una condizione di difficoltà tra i continui
solleciti che mi vengono indirizzati nell'operare bene e in fretta
e quanto poi si verifica nei fatti.
Ho preso in esame tardivamente rispetto ad altri questo
provvedimento, che evidentemente presenta proprie difficoltà,
perché, se dal 2001 sono trascorse tre legislature, significa che
effettivamente è un provvedimento difficile, perché importante. La
riforma della Costituzione e degli enti locali è, infatti, anche la
riforma della Carta delle autonomie locali. Avendola dovuta
affrontare anche in termini temporali un po' stretti, considerato
che ogni quindici giorni mi viene chiesto un rinvio di altri
quindici giorni per meglio approfondire l'argomento. Sono convinto
che tanti aspetti dovranno e potranno essere cambiati in quella
materia, ma non c'è altro modo per arrivare a una soluzione che
iniziare, leggere i documenti e cercare di lavorare a
trecentosessanta gradi.
Ho iniziato ad affrontare alcuni di questi temi usando anche
strumenti incongrui e improvvidi come la legge finanziaria e il
decreto-legge, perché diversamente temo che avremmo fatto filosofia
per un altro paio d'anni, senza approdare ad alcun risultato.
L'aver compiuto un intervento anche piuttosto a fetta grossa,
grossolano, come è permesso fare con uno strumento finanziario
oppure con una decretazione d'urgenza, ha consentito, tuttavia di
avviare un lavoro, togliendo le parti più antipatiche, ragion per
cui forse la parte rimanente è quella più buona e bella e avrà
maggiori possibilità di svilupparsi.
Sicuramente, nel momento in cui siamo andati a individuare o a
cercare di individuare le funzioni fondamentali di comuni, province
e, a cascata, il ruolo delle regioni, ci siamo trovati di fronte a
una sorpresa: moltissime di queste funzioni vengono svolte da
tutti, meno che dai soggetti titolati a svolgerle. La nostra
Costituzione, inoltre, all'articolo 114 prevede i comuni, le
province, le città metropolitane, le regioni e lo Stato, ma nessun
altro soggetto.
Molti hanno inseguito l'obiettivo di sopprimere le province. Noi
abbiamo anche considerato quest'ipotesi, ma, quando abbiamo
trovato, con un numero molto grossolano, che nessuno è però
riuscito a limare, più di 34 mila enti intermedi, prima che con le
province abbiamo iniziato a prendercela con tali enti. Essi non
solo presentano il difetto della moltiplicazione dei centri di
spesa, ma, avendo meccanismi di nomina, comportano la sottrazione
di moltissime funzioni che dovrebbero essere svolte da organi
elettivi al controllo democratico, perché vengono completamente
esternalizzate. Sono sottratte, dunque, non solo al controllo del
voto, ma purtroppo, per molto tempo, anche a quello contabile.
Nessuno aveva coscienza e conoscenza di tutto questo mondo che
avveniva all'esterno.
Abbiamo, quindi, sospeso l'esame in atto per una modifica della
Costituzione che portasse alla soppressione delle province per
intraprendere la strada della razionalizzazione dell'esistente,
ovviamente riducendo il numero degli enti e andando a individuare
una dimensione che per un'economia di scala consentisse di svolgere
razionalmente il lavoro della provincia, riportando in capo ai
soggetti che dovevano esserne titolari le funzioni che, invece,
oggi vengono svolte dagli altri.
Dovendo partire da una razionalizzazione, lo si è fatto eliminando
questi soggetti intermedi. Molti erano previsti nel decreto-legge
del Governo, alcuni sono stati ulteriormente inseriti da parte del
Parlamento. Credo che ci sia la volontà di estenderne il numero,
per identificare quei soggetti di cui si disconosceva addirittura
l'esistenza, ma c'è un bel sottobosco su cui operare.
È stato ridotto il numero dei consiglieri comunali e degli
assessori in ragione del 20 per cento. Non credo che questo
rappresenti un vulnus democratico, perché, se non ricordo
male, proprio l'allora Ministro Lanzillotta raggiunse l'intesa
nella Conferenza unificata per la riduzione del 20 per cento di
questi numeri.
Abbiamo individuato una serie di soggetti o istituzioni che oggi
non avevano più senso di esistere, forse non in senso assoluto, ma
perché si trattava di uno strumento che, realizzato per un'area
metropolitana, veniva invece utilizzato da comuni di 5.000 o 10.000
abitanti. Evidentemente questa razionalizzazione non vuole essere
una punizione per gli enti locali, ma metterli nelle condizioni di
erogare realmente i servizi.
È chiaro che una parte di problemi è ancora aperta e deve essere
affrontata. Credo che i comuni in Italia siano 8.104, o qualcosa
del genere, e il 71 per cento di essi ha meno di 5.000 abitanti.
Posso essere d'accordo con la volontà dei cittadini di mantenere le
loro municipalità e, quindi, il cosiddetto «campanile», ma ciò
comporta l'obbligo di ricorrere a forme associative, perché le
economie di scala di cui ho parlato prima rispetto alle province
devono essere perseguite anche da parte dei comuni.
È evidente, infatti, che non solo possono comportare dei costi
aggiuntivi, ma vi è l'oggettiva difficoltà di erogare dei servizi e
se il comune non è in grado di erogarli da solo, lo deve fare in
forma associata.
Vi sono, poi, problemi che sono rimasti aperti da moltissimo tempo,
relativi ad esempio ai segretari comunali, agli uffici del
territorio e via dicendo. Mi è stato chiesto da parte
dell'opposizione di affrontare il discorso a trecentosessanta
gradi, quindi con la possibilità di toccare anche ciò che è stato
modificato dal decreto-legge. Se vogliamo fare un Codice delle
autonomie, sarebbe un ottimo lavoro, anche rivedendo il testo
unico, se si facessero delle tabelline, piuttosto che parlare di
riduzione del 20 per cento dei consiglieri o degli assessori.
Questo, però, deve avvenire a condizione che i numeri restino
complessivamente quelli e che non ritorni dalla finestra ciò che
era uscito dalla porta. Il discorso è completamente aperto e credo
che da parte dell'opposizione vi sia, se è possibile, la volontà di
arrivare a un voto favorevole rispetto al Codice delle autonomie,
che però dovrà intersecarsi con la riforma della
Costituzione.
Infatti, se sopprimiamo le duplicazioni dei centri di spesa e poi
lasciamo il bicameralismo perfetto, allora è proprio vero che il
pesce comincia a puzzare dalla testa. Il bicameralismo perfetto,
infatti, è proprio l'esempio fotografato, per Costituzione, del
raddoppio dei costi.
Abbiamo avanzato anche una nostra proposta, che vedremo di
approfondire. Ho sentito il presidente Vizzini, che credo abbia
riunito i due uffici di presidenza delle Commissioni I e 1a di
Camera e Senato per stabilire il calendario delle audizioni. Noi
abbiamo avanzato una proposta su due temi principali, che sono -
come tutti sostengono - la riduzione del numero dei parlamentari e
la fine del bicameralismo perfetto. Abbiamo, però, la difficoltà di
lavorare su un motore senza poterlo spegnere. Bisogna anche tenere
conto della difficoltà di chiedere al Senato un intervento rispetto
a se stesso.
Nel mese di gennaio avevo proposto una convenzione, proprio perché
la compresenza di altri soggetti, oltre a deputati e senatori, con
una funzione di intervento più che di voto, potesse consentire di
superare certe difficoltà, ma vedo che l'idea non è stata raccolta.
Quindi, procederemo secondo il metodo ordinario.
È evidente, però, che la maggiore difficoltà da affrontare è
proprio quella del bicameralismo e del ruolo del Senato, che io ho
suggerito e proposto di risolvere con un bicameralismo paritario e
con una sorta di specializzazione dei due rami del Parlamento, in
modo che ognuno faccia una cosa diversa. In questo modo, non vi
sarebbero Camere di serie A o di serie B, oppure Camere minori,
come consegue dalle proposte che prevedono che la decisione finale
spetti comunque alla Camera. Cerchiamo di mettere ordine rispetto
alle materie, anche perché se si va a toccare la Costituzione credo
che sia imprescindibile affrontare il discorso del terzo comma
dell'articolo 117, con alcuni spostamenti e chiarimenti.
Credo che la materia concorrente abbia rappresentato una soluzione
a un problema, ma ne abbia creati altri mille. Ecco, quindi, la
necessità di definire finalmente chi fa cosa e stabilire che solo
una determinata persona può svolgere una determinata
funzione.
Ricordo anche il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione,
un articolo non ancora applicato. Se si legge la procedura
prevista, ci si rende conto della difficoltà di raggiungere
quell'obiettivo. Credo che la possibilità che alcune regioni
possano avere ulteriori competenze, sia di ordine concorrente che
di ordine statale, rispetto ad altre, sia assolutamente
condivisibile. Bisogna, però, prevedere anche un meccanismo che
permetta che queste competenze possano essere attribuite. A dire il
vero, così come il sistema è stato configurato oggi mi sembra
francamente che questo obiettivo non sia raggiungibile.
Rimane poi da affrontare il discorso degli strumenti per poter
governare, nel ruolo di maggioranza e di opposizione. Della riforma
dei regolamenti parlamentari si parla sempre, ma le modifiche
giungono dopo anni e anni, con risultati che non sempre hanno dato
delle risposte. Prevedere per Costituzione alcune modifiche, così
come hanno fatto in alcuni Paesi stranieri, può portare forse a una
governabilità, perché è evidente che tutti i tempi a cui ho
accennato non sono compatibili con la gestione di uno Stato
moderno. Non è possibile infatti farsi bloccare dalle conferenze;
non è possibile che, per far partire una Commissione, si impieghi
un anno, con tutto ciò che ne consegue.
Questo non vuole essere un rimprovero, perché nessuno di voi
ovviamente ne ha responsabilità, però noi in quest'anno abbiamo
visto tutto quello che è possibile si realizzi per non far
funzionare le cose. Per farle funzionare bisogna comporre le
tessere di questo mosaico: vediamo di farlo insieme.